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Il grande parco era ammantato di bianco, la neve scendeva da ormai un'ora. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava l'eccellenza di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un gatto si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Sara. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco, protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi spesso non aveva voglia di mangiare, e nemmeno di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo grande talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo giallo su Alidicarta, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando schiacciava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu naturale conseguenza che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e lodato la sua originalità, quella di unire una vicenda tragica all’introspezione dei personaggi; il tutto raccontato con humor nero avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Sara firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di pallavolo, ma rinunciò al campionato provinciale che la sua squadra che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventotto all'università, tuttavia non si presentò più agli esami. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Fabio; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di novembre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Sara ignorò le sue email.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Sara si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incantata suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. L'apice che non avrebbe mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un pub. Non era stato Fabio a parlargliene, ma un certo Paolo, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, della pallavolo. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Sara sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza, triste e noiosa. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Sara viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva il famoso nirvana.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano palesati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Sara rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami un istante di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Sara sorrise.
Al resto ci pensò il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli. Per un Natale che non avrebbe più dimenticato.